Werner Herzog, il grande regista tedesco
(autore tra l’altro di “Apocalisse nel deserto”, di cui utilizzo alcune sequenze
per il liveset dell’ultimo quadro) ha detto una volta: “una macchina da presa
sul cavalletto è sempre senza pietà; se invece la macchina è
tenuta in spalla per quanto possa essere immobile, colui che la sostiene deve
respirare e la macchina respira con lui, e questo ha qualcosa della dignità
umana”.
Questa frase racchiude lo spirito con cui nasce “Non vorrei crepare”: la voglia
e la necessità che tutto respiri, gli artisti in scena, quelli in video,
quelli dietro le quinte, e anche le macchine e gli strumenti utilizzati.
E tutto all’insegna del rispetto e della fiducia.
I tecnici, i collaboratori, gli amici fidati, chiunque abbia dedicato un momento
della sua esistenza a darmi un parere, a pensare, proporre, discutere, ha dato
un respiro a questo progetto. E il respiro di tutti si trasmette attraverso
i mezzi di comunicazione/espressione utilizzati.
La scelta di posizionare la regia video sul palco è evidenza di ciò.
In una performance così concepita, non era possibile “dividere” persone
e situazioni dietro ruoli convenzionali: in/fuori scena, sul/dietro al palco,
dietro/davanti la macchina da presa. Il mio primo obiettivo è che quel
respiro si trasformi in energia ed arrivi al ventre (la parte anatomica dove
prende vita l’emozione) dello spettatore.
Se questo accadrà, passerà in secondo piano il tipo di sensazioni
che arrivano: non è necessario che siano le stesse sensazioni che ho
provato io nel realizzare il progetto, anzi è quasi matematicamente impossibile
che ciò accada. Ogni persona è un universo a sé stante,
ed è questa diversità di idee, opinioni, modalità di sentire,
recepire, essere, che rende interessante la nostra esistenza. Ecco dunque la
contaminazione. Forme/mezzi di espressione diverse ma legate tra loro, al servizio
comune della creatività.
Provo a considerare “Non vorrei crepare” un laboratorio di confine, sia per
questa multi-espressività, sia per il differente livello di esperienza
delle persone coinvolte: da una parte le “forze” mature di artisti che hanno
dalla loro l’esperienza e la consapevolezza delle loro capacità, dall’altra
quelle fresche di giovani/giovanissimi che hanno dalla loro l’entusiasmo e l’”incoscienza”
del mettersi in gioco. Ma il gioco non prevede serie A e serie B, perché
il minimo comun denominatore è l’”artista” che, riprendendo ciò
che dice Vian a proposito del poeta, “è un essere unico… in tanti esemplari”.
Perché Vian ?
Perché ha amato mettersi in gioco, perché si è cimentato
con metodi creativi profondamente diversi tra loro. Per la sua “fretta” di vivere,
per la sua rabbia e il suo saper essere ironico, per il suo desiderio di essere
sempre in anticipo con i tempi.
Credo che il carattere, il modo di essere di un autore sia altrettanto importante
del suo lavoro. Una cosa da cui non si può prescindere se semplicemente
si prova a cimentarsi con lui.
Francesco Ghilardi
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Claudia in "C'è
il sole nella strada" |
Lorenzo in "Metadelicatamorfosi" sulle coreografie di Luna ed Elisa C. |
Enrico Tavernini
in "Distruggono il mondo" |
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Elisa S. in
"Non ho più molta voglia" |
Rossana in "Un
poeta" |
Nicola in "Eau
rouge" |
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Elisa C. in
"Voglio una vita a forma di spina" |
Un momento del
liveset conclusivo |
I saluti finali |
Tra le tante cose dette e scritte su Vian, ce
ne sono ovviamente molte retoriche e scontate. Trovo bellissimo il ritratto
che ne fa Jacques Prevert, in questi versi a lui dedicati.
Boris Vian giocava alla vita
come altri giocano in borsa,
a guardialadri o a soldi,
ma non da baro:
da gran signore,
come la micia col pesce
nella schiuma di giorni
gli sprazzi della gioia,
come giocava di tromba
o di crepacuore.
Ed era un bel giocatore.
Ogni volta rimandando la morte
all'indomani,
ma condannato in contumacia
sapeva bene che un giorno
avrebbe ritrovato la sua traccia.
Giocava alla vita e sempre
la colmava di tenerezza:
l'amava
come amava l'amore.
Un vero disertore della tristezza.
Rassegna stampa sullo spettacolo