Note di regia
Per il secondo anno consecutivo
presentiamo un film come risultato del laboratorio realizzato con studenti degli
istituti superiori di Levico Terme. E per il secondo anno abbiamo riscontrato
nei partecipanti la voglia e la disponibilità a realizzare un prodotto
più “grande” di loro: un lavoro sicuramente più a misura di adulto,
che di adolescente.
Dopo l’esperienza di “In cerca di Eveline” dello scorso anno, che ci ha portato
a riscrivere un testo di Joyce, quest’anno siamo di fronte ad una sfida ben
più ardua.
Il testo di partenza è infatti “Class Enemy”, scritto da Nigel Williams
nei primi anni ’80, testo che approfondisce in modo violento la rabbia e il
malessere che connotava lavori di impegno sociale e civile del teatro anglosassone
degli anni ’70.
Quando mi sono imbattuto in questo testo, ho letto una interessantissima considerazione
dell’attore Paolo Rossi che vent’anni fa ha preso parte ad una versione teatrale
di “Nemico di classe” realizzata dal “Teatro dell’Elfo” per la regia di Elio
De Capitani. A proposito di questo testo Rossi scrive: “se Nemico di classe
lo facesse un gruppo di gente sui 25/26 anni con un regista illuminato e degli
attori di talento, non se ne trarrebbe niente di quello che il teatro può
trarre da una storia ben raccontata. Sarebbe molto più interessante vedere
veramente il confronto dei ragazzi con questa sorta di gioco di ruolo non banale
ma vivo e pulsante. Forse solo dopo che l’hanno fatto i ragazzi potrebbero farlo
degli attori.”
La storia del testo di Williams è semplice: in una fatiscente scuola,
sei studenti (soprav)vivono in una atmosfera beckettiana, in attesa del professore/Godot
di turno che mostri loro come dare un senso al quotidiano attraverso i bisogni
più concreti e ovvi.
Nonostante una situazione al limite del surreale e piena di contraddizioni,
l’attesa è colma soprattutto di speranza. Senza di essa infatti l’aula
sarebbe vuota e la classe non esisterebbe. Invece esiste seppur popolata da
personaggi
violenti, distruttivi, annoiati, indomabili, e un modo di parlare sfasciato
a base di “cazzo” e parole in gergo.
Un giorno che la scuola sembra non aver più intenzione di mandare un
ennesimo sostituto per i molti professori che quei ragazzi hanno sconfitto fisicamente
o psicologicamente, i sei decidono di fare un gioco molto serio: provare a insegnarsi
da sé “qualcosa di utile”, qualcosa di loro.
Si tratta in sostanza di capire perché stanno in quel “buco schifoso”,
chi ce li ha cacciati, e se e come ne possono uscire.
L’ambientazione, i problemi e le tematiche sono state rielaborate (in gran parte
con gli stessi ragazzi partecipanti al laboratorio) e ricondotte ai giorni nostri.
Rispetto all’originale il testo risulta un po’ meno violento sia dal punto di
vista fisico che verbale, dato che oggi, con il largo uso che ne fa già
la televisione, la violenza non stupisce più nessuno.
Cambia l’ordine dei fattori (la classe diventa tutta al femminile), ma poco
(o quasi) cambia il prodotto: la rabbia al limite della violenza che caratterizzava
gli anni ’70, esce fuori oggi con altre forme e manifestazioni, e probabilmente
una ricerca di imporsi anche attraverso la creatività o la riscoperta
di valori che i giovani di alcuni anni fa avevano forse accantonato.
La prima parte del film introduce le sei ragazze attraverso piccoli spaccati
del loro quotidiano: gli interessi, gli amici, la famiglia.
La seconda parte si svolge nella classe quasi in “tempo reale”: l’atmosfera
si fa claustrofobica, mentre il nemico-insegnante tanto atteso, viene visto
sempre di più come una sorta di messia che possa finalmente rovesciar
loro addosso “tanto di quel sapere da non riuscire nemmeno più a muoversi”.
Lo stesso clima di attesa esaspera i conflitti e le debolezze che emergono nei
momenti chiave delle lezioni individuali. C’è chi riesce a parlare di
sentimenti ed emozioni e chi invece si nasconde dietro il proprio modo di affrontare
il quotidiano, o dietro la propria rabbia ed insofferenza a quanto lo circonda.
Questa sottile linea che separa personaggi “positivi” da personaggi “negativi”,
è una delle chiavi di lettura del film: buone o cattive, le sei ragazze
sono comunque legate a doppio filo da una forte amicizia, a volte “nemiche”
tra loro (da qui il titolo del film), ma sempre pronte a fare fronte comune.
Le lezioni come atto d'amore verso le proprie passioni, di odio irrazionale
e consapevolmente demenziale verso il “diverso”, di rabbioso e violento istinto
di sopravvivenza, somigliano a cose dette e sentite tante volte nella nostra
vita. Trovarcele davanti in mezzo a scontri stupidi e rituali assurdi può
risultare un pugno nello stomaco, un momento in cui il lavoro fatto diventa
una riflessione che arriva dall’esterno ma che ti entra dentro perchè
parla di te, e può anche far male.
E’ questo, credo, il più grande risultato di questo secondo laboratorio
(alcuni studenti avevano già preso parte al lavoro dello scorso anno):
la ricerca di un confine tra l’essere se stessi e l’interpretare un personaggio,
al cinema o a teatro, ma anche (purtroppo spesso) nella vita. Un laboratorio-gioco
che molti hanno interpretato con una maturità molto vicina se non al
professionismo, perlomeno alla professionalità.
Che si tratti di personaggi positivi o negativi, quello che io ho sempre cercato,
è stato far percepire la persona dietro l’attore.
E la scelta dell’uso della macchina a mano per tutto il film, rafforza questo
clima: in sostanza si ha l’impressione che il film non si svolge dove è
piazzata la m.d.p., ma che le riprese hanno luogo dove si svolge l’azione.
Le musiche, che alternano aggressività a momenti più intimisti,
sono state realizzate appositamente da Juan Manuel Moretti.
Io credo che un
buon evento, teatrale o cinematografico, prima ancora che raccontare una storia
o soddisfare le manie esibizionistiche di un regista, debba fare in modo che
accada qualcosa, che gli spettatori escano un po’ diversi perchè hanno
vissuto un esperienza, un qualcosa che ti dia la possibilità di riflettere
su realtà diverse dalla propria: e questo è l’obiettivo che ci
siamo dati per lo spettatore di “Nemiche di classe”; non so se l’abbiamo raggiunto,
ma perlomeno ci abbiamo provato.
Anche quest’anno il laboratorio è stato “etichettato” come “teatro”;
lo scorso anno abbiamo “contestato” il termine, tenuto a sottolineare che non
era uno spettacolo teatrale il fine ultimo, e abbiamo accentato come un percorso
di formazione teatrale differisca molto da uno cinematografico.
Quest’anno invece, ci sentiamo orgogliosi della parola “teatro”, in quanto identifica
la continuità del progetto. Alcuni degli stessi dirigenti scolastici
hanno dato peso al ruolo del teatro nella vita (scolastica) dei ragazzi, offrendo
loro la possibilità di partecipare, anche in orari scolastici, a incontri,
seminari, riunioni, prove, riprese.
Allora, vista in quest’ottica, la parola “teatro” assume un significato più
ampio che meglio riflette sia il percorso affrontato, che quello che dovrebbe
essere il teatro oggi.
In particolare il teatro “scolastico” che dovrebbe essere teatro fatto non per
i ragazzi ma con i ragazzi.
Scheda
tecnica
Con: Chiara Meggio, Gabriella Sinella, Luisa Iobstraibizer, Andreea Florian,
Anna Valentina Pasquale, Dorina Deda, Marlen Bunaj, Valerio Caresia, Claudio
Concas, Miriam Corso, Francesco Di Lorenzo, Sindy Frison, Lewis Hueller, Alberto
Libardi, Adriano Vettorazzi.
Trucco e
acconciature: Valentina Lunelli
Consulenza costumi: Marina Sfregoli
Assistente alla regia: Elisa Rossetti
Fonico di presa diretta: Stefano Bellutta
Musiche: Juan Manuel Moretti
Murales della classe realizzato da Matteo Pasqualini
Coordinamento del progetto: Carmelita Baldo, Stefano Bellutta
Coordinamento Istituti superiori: Rosa Callisti
Regia: Francesco Ghilardi
Durata: 1.13'
La versione "Director's
cut", non contempla la prima parte in cui vengono introdotte le
sei ragazze, nel loro ambiente quotidiano, prima di ritrovarsi in classe.
Questa le variazioni nella scheda della versione "Director's cut".
Con: Chiara Meggio, Gabriella Sinella, Luisa Iobstraibizer, Andreea Florian,
Anna Valentina Pasquale, Dorina Deda, Marlen Bunaj.
Durata: 58'