Ho appena sparato a John Lennon

 

 

 

Note di regia
(scritte in occasione della prima all'Auditorium S.Chiara
l'8 dicembre 2010)

Quello che mi ha spinto a realizzare questo lavoro su Lennon e ad incentrare il film sulla figura del suo assassino Mark David Chapman, è probabilmente il fatto che all’epoca dei fatti ero un adolescente che pur non ascoltando i Beatles, rimase fortemente colpito dall’impatto mediatico dell’evento (in un’epoca in cui i media non erano invadenti ed onnipresenti come oggi).
Per la prima volta, una famosa pop-star, era vittima di un episodio simile, e cosa ancora più inquietante, passato il primo disorientamento e le voci farneticanti che parlavano di complotto della CIA per eliminare Lennon, emerse la verità: l’unico vero movente di Chapman fu il suo “bisogno” di diventare famoso, esibendosi così in una sorta di “rito”, scegliendo una vittima sacrificale, alla quale rubare l’anima/successo.
La scelta, come disse lo stesso Chapman, cadde su Lennon, ma la sua lista di probabili vittime, era fatta di altri nomi illustri.
C’erano però anche altre “ragioni” che avvaloravano il gesto di Chapman: lui, ossessionato fan dei Beatles, si sentiva tradito da Lennon. E nella follia di Chapman c’era comunque una sorta di coerenza ad alcuni ideali generazionali di quegli anni, poiché molti altri fans, urlarono al tradimento di John, dopo la separazione dei Beatles e le influenze che a detta di molti, subiva da Yoko.
Aggiungiamo a questo che Chapman era un disadattato, ex tossicodipendente e con un ricovero per malattia mentale alle spalle; a 25 anni aveva sommato alla sua ossessione per il tradimento di John, quella di sentirsi l’incarnazione del giovane Holden, il protagonista adolescente del romanzo di Salinger che fatica a vivere in un mondo pieno di ipocrisia.
Chapman decide quindi di “scrivere” il capitolo finale del romanzo di Salinger, compiendo un gesto “memorabile”, un gesto di rivalsa verso tutti gli ipocriti del mondo. Ecco allora che nel suo mirino entra Lennon, uno che, a detta di Chapman, predica bene e razzola male, che parla di pace, amore, fratellanza, di “imagine no possession” (immagina un mondo senza proprietà privata), ma vive nel lusso sfrenato.
Questo è il lavoro che ho voluto fare: provare a raccontare i fatti legati a due esseri umani e al loro drammatico incontro di quell’8 dicembre di 30 anni fa.

Lennon e la sua grandezza artistica non hanno bisogno di presentazioni, e così nel film Lennon non compare.
Mi interessava invece entrare nella mente di un uomo che viveva ai margini della socialità, sposato con una giapponese, peraltro molto somigliante a Yoko Ono. E mi interessava soprattutto quale devastante impatto potessero avere le parole ed i comportamenti di un personaggio costantemente sotto la luce dei riflettori, su una mente disturbata.
In anni in cui non esistevano i sistemi di sicurezza, le bodyguard di cui si contornano oggi tutti i Vip, Chapman trovò terreno fertile per avvicinare Lennon, armato di pistola, per ben due volte: la prima si limitò a farsi firmare un autografo sulla copertina di Double Fantasy, la seconda portò a compimento il suo folle progetto.
Nel mio lavoro non mi interessava, e non c’erano neanche i mezzi per poter creare una ricostruzione dei fatti: mi sono limitato a ricreare tre o quattro situazioni che raccontano alcuni aspetti di Chapman; mi soffermo molto sul parallelo tra il giovane Holden e Chapman, ed infatti in tutta la prima parte del film l’assassino parla con le frasi del personaggio di Salinger.
Importante sottolineare che non ci sono attori professionisti nel film, ma più o meno giovani attori che in questi anni hanno condiviso con me diversi percorsi laboratoriali di ricerca, molti dei quali condivisi con i progetti di ArteAlCentro del Centro S.Chiara. Le riprese sono durate circa tre settimane, il montaggio oltre un mese. Le musiche del film sono per la gran parte realizzate da Nicola Pandini, e fatta eccezione la sigla di testa, non ci sono musiche di Lennon.
L’8 dicembre 2010 il film è stato presentato all'Auditorium S.Chiara di Trento in piccole sequenze di 3-4 minuti ciascuno, intervallate da brani di Lennon (periodo sia Beatles che solista), eseguiti dal vivo (tra cui la sigla di testa e di coda del film), per la direzione musicale di Luca Casagranda.
Il mio obiettivo era portare lo spettatore a fine serata a ricordare, attraverso la musica live, Lennon per i suoi testi e il suo impegno sociale, ma anche riflettere, attraverso il film, sul senso di protagonismo (magari a volte involontario) che da sempre accompagna i vip e le star.
Lennon come per molte cose nella sua vita, anche nella morte, si rivelò un apripista: dopo quell’8 dicembre molte star hanno iniziato ad aver paura di fare la sua stessa fine.
In quegli stessi anni il grande Demetrio Stratos (scomparso nel ’79) scriveva “Il mio mitra è una chitarra che ti spara sulla faccia quel che penso della vita, con il suono delle dita”, forte presa di coscienza, di cosa potesse significare in quegli anni essere su un palco, in una radio, in una tv.
Ma forse non tutti si rendevano conto dell’enorme cassa di risonanza che rappresentava per un artista la vendita di milioni di copie di un album e la scalata alle vette delle classifiche; la morte di Lennon fu uno spartiacque che fece aprire gli occhi a molti artisti e non solo su questi temi.
Ecco perché ho scritto e diretto questo lavoro anche e soprattutto con una punta di nostalgia verso un mondo che non c’è più.
Anche perché oggi per avere questa cassa di risonanza, basta molto meno: la TV sforna star che poi spesso e volentieri si rivelano meteore, a ritmo di catena di montaggio. La quantità ha ormai preso il sopravvento, ovviamente, a scapito della qualità.

   

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